Abbiamo intervistato la dott.ssa Margherita Catalano, psicologa e psicoterapeuta esperta nei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione protagonista di uno dei moduli formativi del nostro progetto.
Nel loro rapporto con il corpo e con l’immagine corporea, quali possono essere i segnali di disagio negli adolescenti?
L’adolescenza è una fase di profondo cambiamento e di ridefinizione identitaria. Se sul piano psicologico questo comporta la necessità di riorganizzare il proprio mondo emotivo e relazionale, su quello corporeo si assiste a una rapida metamorfosi biologica e ormonale che può risultare fortemente destabilizzante. È proprio nell’intreccio tra queste due dimensioni che il corpo cessa di essere vissuto come un semplice contenitore dell’esperienza e diventa, invece, il veicolo privilegiato attraverso cui tutta questa emotività trova espressione, trasformandosi nel teatro principale su cui si proiettano i conflitti, le insicurezze e le sofferenze dell’adolescente.
Non sorprende che, le problematiche legate all’alimentazione e all’immagine corporea rappresentino oggi uno dei segnali di disagio più diffusi ed emergenti tra i giovani. Questo fenomeno, che colpisce un numero sempre più ampio di adolescenti, non ha nulla a che vedere con semplici questioni estetiche, capricci o superficiali fissazioni. Il cibo rifiutato, la perdita di controllo nell’abbuffata o l’ossessione per il peso sono soltanto la manifestazione visibile di una sofferenza condivisa da molti. Il cibo rappresenta solo la punta di un iceberg emotivo. Sotto la superficie si celano un radicato senso di vuoto, la fragilità dell’autostima, la paura paralizzante del giudizio e un disperato bisogno di esercitare un controllo assoluto su di sé, in una fase della vita percepita come caotica e ingovernabile.
Di cosa ti occupi nella tua pratica quotidiana e qual è stato il focus del tuo intervento nella formazione?
Nella mia pratica clinica quotidiana come psicologa, mi occupo di prevenzione, intercettazione precoce e trattamento dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, lavorando con persone di tutte le fasce d’età, dall’adolescenza fino all’età adulta. Il mio approccio non si focalizza esclusivamente sul sintomo alimentare, ma lo osserva all’interno di un contesto più ampio, quello della trama relazionale della persona. La sofferenza emotiva viene letta e compresa nel contesto delle relazioni familiari e sociali in cui si manifesta, considerando il cibo e il corpo nella loro funzione di linguaggio all’interno di un sistema più ampio.
All’interno di questo percorso formativo, il focus del mio intervento è stato fornire agli educatori e agli operatori una nuova lente d’ingrandimento con cui leggere e considerare i comportamenti dei giovani. Spesso, di fronte a un ragazzo che non mangia o che sviluppa una relazione ossessiva con il cibo, l’adulto viene assalito dall’ansia e tende a focalizzarsi esclusivamente sulla quantità di cibo nel piatto o sul numero indicato dalla bilancia. Il mio intervento si pone l’obiettivo di de-costruire questo approccio, guidando i partecipanti a comprendere che il cibo è un linguaggio emotivo che richiede di essere ascoltato. Abbiamo lavorato per permettere agli educatori di riconoscere le sfumature e le forme meno visibili di disagio, offrendo loro strumenti metodologici per trasformare il contesto educativo in un luogo sicuro e di contenimento emotivo.
Quali sono i primi segnali spia relativi al rapporto con il cibo e con il proprio corpo a cui prestare attenzione in età evolutiva?
I primi segnali di un disagio alimentare o corporeo in età evolutiva sono spesso sfumati, graduali e facilmente camuffabili. Per una comprensione e un’identificazione precoce, è fondamentale osservare l’impatto di questo disagio attraverso quattro macro-aree:
- Segnali legati al cibo e alla tavola (rapporto diretto con l’alimentazione): si osservano cambiamenti sottili ma molto rigidi nella gestione del pasto e della routine alimentare. Il ragazzo inizia a sminuzzare il cibo in pezzi, a masticare eccessivamente a lungo per prolungare il tempo del pasto, a spostare il cibo nel piatto senza consumarlo o a nasconderlo. Compare l’eliminazione progressiva di intere categorie di alimenti (i cosiddetti cibi “proibiti”, solitamente carboidrati e grassi), accompagnata da un’attenzione ossessiva e rigida per le etichette nutrizionali, il calcolo delle calorie, la “purezza” degli ingredienti o la preparazione autonoma ed esclusiva dei propri pasti.
- Segnali legati all’immagine corporea: il disagio verso le proprie forme e la percezione corporea si traduce in strategie di occultamento e controllo esasperato. Si nota un cambio improvviso nello stile di abbigliamento, con l’uso di abiti molto larghi o a strati, pensati per nascondere le forme del corpo o le variazioni di peso. Frequenti sono i comportamenti di controllo del corpo (body check), come il guardarsi continuamente allo specchio o l’evitarlo del tutto, il misurarsi frequentemente con il metro, il pesarsi più volte al giorno, o il toccarsi ed esaminare ripetutamente specifiche parti del corpo (es. i polsi, le clavicole, la circonferenza delle cosce). A ciò si affiancano condotte di iperattività: l’esercizio fisico o il movimento (come il camminare continuamente, fare flessioni in camera o rifiutare di stare seduti) perdono la loro componente di benessere e diventano un dovere rigido e compulsivo, finalizzato a bruciare le calorie assunte o a “meritarsi” il pasto.
- Segnali legati alla dimensione sociale e relazionale: il rapporto alterato con il cibo si riflette inevitabilmente sulla vita di relazione. Un campanello d’allarme centrale è l’evitamento progressivo della convivialità: si osserva il rifiuto sistematico di mangiare con i familiari, con i compagni, durante le gite o nei momenti di merenda condivisa. La tendenza a trovare scuse per mangiare da soli e l’abitudine di assentarsi per andare in bagno subito dopo i pasti. Accanto a questo, si assiste a una marcata chiusura relazionale e a un impoverimento del mondo interiore e sociale del ragazzo: compare un progressivo disinteresse per gli hobby, le passioni di sempre e le attività del tempo libero. Le relazioni con i pari e con la famiglia si sfilacciano, subentra un atteggiamento di distacco e apatia verso le esigenze degli altri, e la tendenza al ritiro sociale si associa anche ad un pensiero che, rimanendo ripiegato quasi esclusivamente su cibo e corpo, toglie spazio ed energie alla vita emotiva e di condivisione.
- Segnali legati alla dimensione emotiva: sul piano psicologico, l’attenzione al cibo e al corpo assorbe quasi totalmente le risorse mentali, portando a una forte rigidità cognitiva e a un perfezionismo clinico, intolleranza all’errore, all’incertezza e al fallimento. Si osservano una spiccata irritabilità, labilità emotiva e bruschi sbalzi d’umore, che emergono soprattutto quando vengono scardinate le regole, i riti personali e programmi sui tempi della giornata. La stanchezza cognitiva derivante da questa preoccupazione costante contribuisce a un progressivo ripiegamento su sé stessi.
Come hai preparato gli educatori a cogliere questi segnali con delicatezza e senza giudizio durante le attività del progetto?
Per preparare gli educatori ad affrontare la complessità dei Disturbi dell’Alimentazione e della Nutrizione, l’intervento formativo si è avvalso di un approccio metodologico esperienziale: analisi di casi clinici e vignette narrative, per allenare gli educatori ad intercettare i segnali d’allarme più insidiosi o invisibili. Attraverso la visione guidata e l’analisi di film mirati, gli educatori hanno potuto osservare i meccanismi psicologici del sintomo: la necessità del controllo, i rituali attorno al cibo, l’impatto dei commenti dell’adulto e le trappole della negoziazione. Abbiamo simulato i momenti critici della giornata educativa (come la gestione della merenda o del pasto) e svolto esercitazioni pratiche. Questo ha permesso agli operatori di sperimentare in prima persona la comunicazione non giudicante, il tono di voce e la de-escalation dell’ansia.
Attraverso questo percorso metodologico, gli educatori hanno appreso i pilastri operativi fondamentali: separare la persona dal sintomo, riconoscere che la rigidità, le bugie, il rifiuto del cibo o la rabbia, sono la voce della malattia e delle sue difese. Riconoscere la fatica e la sofferenza del ragazzo attraverso la validazione emotiva e il contenimento. Mediante gli esercizi sul vocabolario, abbiamo lavorato sulla de-costruzione del linguaggio comune. Ho guidato gli educatori ad azzerare i commenti sull’aspetto fisico e a eliminare le categorie morali sul cibo (“buono vs cattivo”, “sano vs spazzatura”).
Quanto incide il contesto sociale e digitale sull’immagine corporea dei ragazzi di oggi?
Il contesto sociale e digitale contemporaneo esercita una pressione senza precedenti sulla costruzione dell’identità e dell’immagine corporea negli adolescenti. Viviamo immersi nella cultura della dieta e nello stigma basato sul peso, sistemi culturali che trasmettono il messaggio implicito che il valore personale, la disciplina, la felicità e l’accettabilità sociale di una persona dipendano dal suo peso e dalla sua forma fisica. Il contesto digitale, non solo amplifica la percezione deformata del sé, ma rischia di isolare i giovani in casse di risonanza in cui la sofferenza psicologica viene normalizzata o persino incentivata, incidendo in modo critico sul loro benessere mentale complessivo.
L’avvento dei social media ha esasperato queste dinamiche. Attraverso algoritmi coordinati i giovani vengono continuamente esposti a immagini di corpi modificati, privi di imperfezioni, filtri e standard estetici irraggiungibili. Questo confronto sociale continuo fa scattare un meccanismo di interiorizzazione di ideali corporei irrealistici, alimentando il dismorfismo corporeo (la percezione deformata del proprio corpo) e un profondo senso di inadeguatezza. Inoltre, sui social media le condotte restrittive o ossessive vengono frequentemente sdoganate e celebrate come “stili di vita sani”. Routine di allenamento estenuanti e la demonizzazione di intere categorie di cibo spingono i ragazzi verso una ricerca ossessiva di cibi “puri” o verso il dovere di avere un corpo estremamente muscoloso, trasformando il benessere in una vera e propria gabbia psicologica. A questo quadro si aggiunge la creazione di vere e proprie sottoculture o spazi virtuali in cui i disturbi della salute mentale, della nutrizione e dell’alimentazione trovano terreno fertile per proliferare. In diverse piattaforme e forum online nascono e si consolidano community in cui la patologia viene romanzata, condivisa e rinforzata a vicenda. In questi spazi, invece di trovare un supporto verso la guarigione, i ragazzi finiscono per scambiarsi consigli su come nascondere il disturbo, sfidarsi nella perdita di peso e convalidare le proprie condotte disfunzionali, trovando una pericolosa illusione di appartenenza.
Qual è il primo atteggiamento corretto che un adulto dovrebbe adottare di fronte al sospetto di un disagio alimentare in un giovane?
Il primo atteggiamento corretto è spostare il focus dal cibo e dal peso alla relazione emotiva, sospendendo qualsiasi forma di giudizio o tentativo di controllo diretto. Farsi spazio con delicatezza e presenza, avvicinarsi al ragazzo mettendo al centro ciò che sente e non ciò che mangia. Utilizzare messaggi centrati su di sé e sulle proprie preoccupazioni affettive, come: “Ti vedo stanco/a, ti vedo preoccupato/a ultimamente e mi importa di come stai. Sono qui se vuoi parlare, senza giudicarti”.
L’istinto primario di un adulto (genitore, insegnante o educatore) di fronte al sospetto di un disturbo alimentare è solitamente guidato dalla paura e dalla fretta di risolvere il problema. Ciò porta spesso ad adottare comportamenti controproducenti: controllare quanto il ragazzo mangia, insistere per farlo alimentare, fare prediche nutrizionali, esprimere rabbia o mostrare ansia incontrollata. Questo atteggiamento non fa che aumentare il senso di colpa, la vergogna e la rigidità difensiva dell’adolescente, spingendolo a isolarsi ancora di più e a perfezionare le proprie strategie di occultamento del sintomo. È necessario comprendere innanzitutto che un disturbo della nutrizione non si risolve con la forza di volontà o con la persuasione individuale, diventa quindi fondamentale attivare la rete di sostegno. Il ruolo dell’adulto significativo è essere il ponte sicuro che facilita la richiesta di aiuto specialistico. Questo significa confrontarsi con discrezione con la famiglia e con le figure educative di riferimento per far sì che il giovane venga indirizzato tempestivamente verso centri ed équipe multidisciplinari (psicoterapeuti, medici e nutrizionisti esperti). L’intercettazione e l’intervento precoce sono il fattore prognostico più importante per la guarigione. Per garantire un intervento davvero efficace, le figure specialistiche non devono agire in modo isolato, ma operare in costante sinergia con la famiglia. Spetta proprio ai genitori fare da ponte tra i ragazzi e gli specialisti, facilitando la comunicazione e la continuità educativa. D’altro canto, i professionisti hanno il compito di costruire un’alleanza solida e di fiducia con la famiglia: i genitori vivono la quotidianità del ragazzo e ne custodiscono la dimensione relazionale più profonda, rappresentando così un patrimonio inestimabile di informazioni e supporto. Solo unendo l’esperienza clinica/pedagogica degli specialisti alla conoscenza quotidiana dei genitori è possibile creare una rete collaborativa solida, in grado di accompagnare il ragazzo nel suo percorso di crescita.

